Barbari siamo noi vuole evocare una riflessione sull'urgente necessità di decolonizzare il nostro immaginario e abbandonare le grande parole scritte in maiuscolo che condizionano la nostra cognizione e interpretazione della realtà.
L' attitudine etnocentrica a guardare il mondo in accordo ai parametri della cultura propria è un fenomeno intrinseco a ogni comunità umana e, socialmente inteso, può contribuire alla coesione del gruppo assicurando il mantenimento della sua identità sociale. Ma da tempo l'etnocentrismo, come tendenza emozionale primaria, è comunemente sfruttato per creare posizioni di potere, per convincere sistematicamente l'altro e imporre l' immagine di un nemico in comune. Quest' immagine mutabile a seconda del obiettivo, viene esasperata per un sistema competitivo e contraddittorio che genera dinamiche di devastazione sviluppate specificamente per perpetuare un meccanismo di scarsità nel quale si basa e con il quale si mantiene lo stesso sistema imperante (meccanismo di tesi-antitesi-sintesi). Queste credenze artificiali trovano le loro radici nella paura e sono vincolate ai sentimenti di sfiducia, cosi se relazionano con azioni disegnate per limitare il contatto con membri dello stesso gruppo o dell'altro esercitando la discriminazione. Ormai non c'è più differenza tra il punire preventivamente la possibile intenzione e il fatto stesso (qualcosa avrà fatto!) In mezzo dei conflitti culturali violenti, l'etnocentrismo è facilmente accompagnato da intolleranza, sciovinismo, sessismo, razzismo, xenofobia e guerra. Le nostre vere credenze sono riflesse nelle nostre relazioni più intime e se continueremo a cercare nemici non sarà difficile trovarne.
Partendo dall'analisi etimologica della parola Barbaro nelle diverse culture, ci si rende conto di come il concetto di "barbarie" si modifichi in quella che per ogni cultura è la lingua incomprensibile, come ad esempio l'arabo per gli italiani (Per me è arabo!) Quindi si possono trovare - nella grande maggioranza delle lingue - diverse varianti e metafore simili alle lingue dei barbari. Ma intanto queste trovano quello incomprensibile supponendo que se tratta di una disfunzione nel che parla, in generale i cinesi lo chiamano idioma celestiale assumendo cosi che come prodotto del cielo loro non sono capaci di capirlo.
La dicotomia civilizzazione o barbarie è semplicemente un paradosso e come tale è riconciliabile se acetiamo che appartengono a diversi gradi della stessa essenza. La separazione è una illusione. La crisi vera non nasce fuori, è dentro nostro; e continueremmo a vedere l'altro come barbaro fino a che non capiremo che le labbra se aprono quando l'udito è pronto a ricevere le parole.
Nella lingua spagnola si utilizza la parola barbaro anche per parlare di una questione che sembra viabile e gradevole da intraprendere: -Bárbaro!!, hagámoslo. (Barbaro, facciamolo!) E' una di quelle esagerazioni di cui ci serviamo solitamente quando qualcosa ci piace. Le utilizziamo con esagerazione come superlativi comunemente acetati, spesso ignorando il suo origine e le implicazioni che le parole acquisiscono nel nostro modo di fare.
E' urgente la necessità di decolonizzare il nostro immaginario e abbandonare le grande parole in maiuscola che annullano la nostra capacita critica di domandare e di osservare liberamente. Ridistribuendo i sensi giochiamo in un altra dimensione, questo genera barbarie e simultaneamente, ricostruzione, e civiltà.
Un lavoro socialmente utile è quello di formare una mente libera, perchè essa è la minaccia più grande contro l'imbarbarimento.
La creazione è una attività che emancipa, che sveglia la intelligenza, che ci permette tornare a essere poeti, a essere amanti, tornare a immaginare una reale collaborazione, a essere consapevoli, oggi, della nostra civiltà come membri d' una comunità globale interrelazionata. Guardando in questa incerta transizione verso una nuova epoca è naturale essere considerati barbari dai contemporanei...ma non siamo nè pochi nè siamo parte del problema. conceptinprogress |